
foto Massimo Mantovani
FRESU - GURTU - SOSA TRIO
IN TOUR DAL 9 LUGLIO
ANTEPRIMA ASSOLUTA!
Paolo Fresu tromba, flicorno, electronics
Trilok Gurtu batteria, percussioni, voce
Omar Sosa pianoforte, Fender Rhodes, electronics

foto Massimo Mantovani
- 9 luglio BIOT - FRANCIA Festival Popanalia
- 10 luglio LOCOROTONDO (BA) Locus Festival, Piazza Mitrano
- 12 luglio MILANO La Milanesiana, Teatro Dal Verme
- 13 luglio ANDORNO MICCA (BI) Libra Festival, Parco della Salute
- 15 luglio FIESOLE Estate Fiesolana, Teatro Romano
- 16 luglio ROMA Auditorium Parco della Musica, Luglio suona bene
- 17 luglio ST PAULET DE CAISSON - FRANCIA, Festival Les Arts de la Voix
- 21 agosto ROCCELLA JONICA Roccella Jazz Festival, Teatro al Castello
Il Manifesto - 22/07/10

L'Unità - 17/07/10


Sette del Corriere della Sera - 15/07/10

Tre voci musicali uniche e differenti insieme per uno speciale progetto in trio che combina elementi musicali tradizionali e moderni. Questi tre istrionici e straordinari performers ricercano ispirazione e sfida gli uni negli altri, con l’intento di trasmettere e condividere con gli spettatori la stessa esperienza: il giro del mondo in musica, partendo da India, Italia e da Cuba.
Pianista eccezionale, poliglotta musicale che unisce i continenti, Omar Sosa, tra l’utopia e la realtà, è un’allegoria dello scambio artistico universale. Nato nel 1965 a Camagüey, a Cuba, comincia a studiare musica a otto anni al conservatorio municipale, dove si avvicina alle percussioni, e in particolare alle marimba. Continua il suo cursus alla Scuola Nazionale di Musica dell’Avana, poi all’Istituto Superiore d’Arte. Segue una formazione accademica di composizione, armonia e strumentazione. Forte di questa base teorica, si avvicina allora al pianoforte, che l’aveva sempre affascinato per il suo carattere orchestrale e percussivo, diventando presto il suo strumento preferito. La pratica del pianoforte, che Omar suona da autodidatta, sarà sempre influenzata da quella delle percussioni: è il suo stile personale, di grande audacia ritmica, diventato ormai il suo tratto caratterizzante.

foto Massimo Mantovani
Omar comincia subito a suonare in contesti molto vari. Cresciuto nella cultura cubana più tradizionale, scopre ben presto il jazz, il pop, il funk, grazie anche ai programmi americani trasmessi alla radio. È anche l’epoca in cui i musicisti emigrati tornano con cassette e dischi di nuove forme di musica: il paese si apre all’estero e Omar ne approfitta.
Il genere che lo affascina maggiormente è il jazz: sente che è più di una musica, una vera filosofia di vita, una scuola della libertà. Si procura i dischi dei più grandi pianisti (Oscar Peterson, Herbie Hancock, Chick Corea, Keith Jarrett), interessandosi anche alle armonie bop di Charlie Parker, le melopee spiritualiste di John Coltrane e scopre soprattutto Thelonious Monk; il suo stile, aspro e dissonante, diventa per lui un riferimento assoluto.
Alla fine degli anni 80, Omar comincia a lavorare come direttore musicale con cantautori cubani (Vicente Feliu e Xiomara Laugart), poi nel 1993 emigra in Ecuador, a Quito, per un viaggio che sarà decisivo. In un paesino sulla costa occidentale trova un’espressione musicale folklorica originale, fortemente attaccata alle radici africane. Comincia a concepire una musica sincretica, in grado di conciliare tutta la diversità delle espressioni generate dalla diaspora africana. Capisce che lo swing, la danza, il rapporto con il corpo, con la sensualità, sono qualità essenziali che si trovano nel jazz, nella musica portoricana, caraibica, cubana, e che, al di là delle differenze stilistiche nate dal metissage culturale, hanno un’origine comune: l’Africa rubata agli schiavi.
Ha allora trovato la sua strada. Crea un primo gruppo ispirato dalla “jazz fusion”, Entrenoz, trascorre un po’ di tempo in Spagna, a Palma de Mallorca, poi si trasferisce nel 1995 a San Francisco, dove s’impone velocemente come leader sulla scena latin jazz.
Qualche mese dopo il suo arrivo, esce il primo disco negli Stati Uniti, con Otà Records, Omar, seguito nel 1997 dallo straordinario Free Roots. Con Spirits of the Roots (nel 1998) e Bembon (nel 2000), si afferma come leader indiscusso del jazz ibrido, aperto ai ritmi latini e afro-americani di tutto il Nuovo Mondo, ma anche a quelli dell’Africa del Nord, ai canti berberi e al rap. Il groove afro-cubano si trasforma immediatamente in complesse pulsazioni urban; le tradizioni orali (gnawa, yoruba…) si sovrappongono allo slam e all’hip hop.

Omar Sosa trascorre allora più tempo in Europa, dove sviluppa nuovi progetti: registra con John Santos (Njumbe); un secondo disco da solista esce nel 1999 (Inside), magnifica deriva contemplativa e impressionista. Soprattutto continua le sperimentazioni orchestrali, confrontando il suo universo con tradizioni musicali del mondo intero. Con Prietos (2001) e Sentir (2002), apre il suo universo ai ritmi, alle sensazioni del mondo arabo. Non smette di incontrare musicisti, culture diverse: si esibisce in duo col percussionista venezuelano Gustao Ovalles (Ayaguna), col francese Mino Cinelu, crea un opera sinfonica di quarantacinque minuti, From Our Mother, che combina motivi folclorici cubani, venezualani e ecuadoriani con armonie jazz.
Con Mulatos si avvicina all’universo high-tech ed elettronico, e lascia per un momento l’esuberanza degli ibridi formali. Ed è sempre presente questa volontà, questo desiderio di confrontarsi con lo sconosciuto, lo straordinario che lo guidano. Dice della sua musica, con grande generosità: “Ciò che può un’immagine fedele della diversità della musica attuale non è la fusione superficiale di elementi eterogenei; ma l’intuito che tutte queste tradizioni hanno qualcosa a che fare le une con le altre, e che è tempo di farle riconciliare, di farle cantare all’unisono.”
L’elettronica è ancora presente in Promise, album del 2006, che lo vede collaborare con Paolo Fresu e sancisce l’incontro con un quartetto di musicisti che diventerà in pianta stabile il suo Afreecanos quartet che lo seguirà fino all’ultimo lavoro, pubblicato nel 2008, che si intitola proprio Afreecanos.


